Me l’ha insegnata un tipo, un maestro nel fabbricare e collocare esplosivi, il migliore sulla piazza. Quando c’era qualcosa da abbattere, un semplice capanno o un ponte a più campate, era la persona che faceva al caso: precisa, puntuale, infallibile e tutto sommato neanche cara. È morto come muoiono i geni in un mondo che non sa più riconoscerli: banalmente, nell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio. Per campare, si era ridotto a fabbricare emozioni fasulle. Chi gli dava lo stipendio non provvedeva neppure alle regole elementari della sicurezza. Un giorno lo ucciderò: certa gente non merita di vivere. Il problema è che sono troppi e da solo non ce la faccio a farli fuori tutti. Però lo stesso ci provo.
Gli orsacchiotti li ho comprati al supermercato. Nove grandi orsacchiotti tutti uguali, di peluche dozzinale e persino un po’ puzzolente: roba fabbricata in Cina. Sono appena passabili, ma fanno il loro effetto, in fila sul pavimento, la pancia sventrata, pronta a riempirsi della sorpresa che sto preparando.
L’idea l’ho da tempo, sempre rimandata perché il calendario mi è nemico. Era una sera di novembre, arrivavo con il treno, attraversavo il piazzale per andare incontro ai taxi. Il fetore stagnava nella nebbiolina densa. L’odore del fritto aveva una consistenza solida, avvolgeva ogni sensazione: una camera a gas a effetto lento, implacabile. Detestavo l’olezzo delle friggitrici, e ancora di più che ammorbasse uno dei pochi punti sinceri della città dove mi costringo a vivere come straniero: l’ala della stazione devastata dall’attentato del 2 agosto di tanti anni fa. La decisione l’avevo presa in quel momento: avrei distrutto il ristorante fast-food che mi avvelenava il respiro e la memoria.
Il napalm l’ho collocato nella pancia degli orsacchiotti, ben protetto, con un timer a comandare la carica esplosiva. Dopo ho ricucito il peluche con una perizia che mi ha stupito: è proprio vero che ognuno ha in sé doti insospettabili.
Arrivo trafelato un quarto d’ora prima della chiusura. Mi scuso per il ritardo, un guasto dell’auto e un successivo imbottigliamento in autostrada. Il rovesciamento di un Tir, esagero. La responsabile di sala non capisce né potrebbe. Però mi dà ascolto. Comunico che gli orsacchiotti sono i prototipi di una nuova campagna. Dico di cominciare a esporli in sala: domani arriverà il resto del materiale promozionale. Lei pare incantata, guarda gli orsacchiotti con attenzione rapita: non la meriterebbero, se non fossero gonfi di esplosivo. Li trova carini, Dio solo sa come. L’importante è che faccia quello che le ho chiesto. Lo fa senza esitazione, comincia da subito, cerca persino l’approvazione del mio sguardo. Gliela concedo con un entusiasmo che sembra autentico.
L’esplosione l’ho programmata per le quattro del mattino, l’ora in cui dormono tutti. Una volta tanto, non voglio uccidere nessuno. Voglio soltanto distruggere il locale, il suo veleno prima ancora del suo simbolo. Mi apposto a distanza di sicurezza. Dall’auto riesco a vedere lo spicchio di edificio che ospita il ristorante. Controllo l’orologio, scandisco il conto alla rovescia. L’esplosione è contenuta, si limita a mandare in frantumi la vetrata: nessun danno alle strutture portanti. Le fiamme invece sono spettacolari, fameliche.
Ancora una volta sono stato perfetto. I notiziari successivi me lo confermano. Il ristorante è andato completamente distrutto, i danni considerevoli. Nella lagna delle condanne per quello che viene definito un attentato di matrice terroristica, un paio di intellettuali lancia l’idea che quel locale non sia più adibito a scopi commerciali, ma diventi una specie di altare della memoria. Facciano quello che vogliono: non sono a caccia di meriti, il mio compito è esaurito.
Solo una cosa non è andata per il verso giusto, un dettaglio sul quale si scatena la canea dei giornali e delle televisioni. Come potevo sapere che la responsabile di sala si sarebbe così infatuata degli orsacchiotti da rubarne uno, portarselo a casa e addormentarsi stringendolo fra le braccia?
LUIGI BERNARDI
