lunedì 28 febbraio 2011

RACCONTO: IL MARCHIO GIALLO DI LUIGI BERNARDI

Il napalm è come la Coca-Cola: ci sono infinite ricette per assemblarlo, tutte funzionano abbastanza bene, una sola è quella giusta.

Me l’ha insegnata un tipo, un maestro nel fabbricare e collocare esplosivi, il migliore sulla piazza. Quando c’era qualcosa da abbattere, un semplice capanno o un ponte a più campate, era la persona che faceva al caso: precisa, puntuale, infallibile e tutto sommato neanche cara. È morto come muoiono i geni in un mondo che non sa più riconoscerli: banalmente, nell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio. Per campare, si era ridotto a fabbricare emozioni fasulle. Chi gli dava lo stipendio non provvedeva neppure alle regole elementari della sicurezza. Un giorno lo ucciderò: certa gente non merita di vivere. Il problema è che sono troppi e da solo non ce la faccio a farli fuori tutti. Però lo stesso ci provo.

Gli orsacchiotti li ho comprati al supermercato. Nove grandi orsacchiotti tutti uguali, di peluche dozzinale e persino un po’ puzzolente: roba fabbricata in Cina. Sono appena passabili, ma fanno il loro effetto, in fila sul pavimento, la pancia sventrata, pronta a riempirsi della sorpresa che sto preparando.

L’idea l’ho da tempo, sempre rimandata perché il calendario mi è nemico. Era una sera di novembre, arrivavo con il treno, attraversavo il piazzale per andare incontro ai taxi. Il fetore stagnava nella nebbiolina densa. L’odore del fritto aveva una consistenza solida, avvolgeva ogni sensazione: una camera a gas a effetto lento, implacabile. Detestavo l’olezzo delle friggitrici, e ancora di più che ammorbasse uno dei pochi punti sinceri della città dove mi costringo a vivere come straniero: l’ala della stazione devastata dall’attentato del 2 agosto di tanti anni fa. La decisione l’avevo presa in quel momento: avrei distrutto il ristorante fast-food che mi avvelenava il respiro e la memoria.

Il napalm l’ho collocato nella pancia degli orsacchiotti, ben protetto, con un timer a comandare la carica esplosiva. Dopo ho ricucito il peluche con una perizia che mi ha stupito: è proprio vero che ognuno ha in sé doti insospettabili.

Arrivo trafelato un quarto d’ora prima della chiusura. Mi scuso per il ritardo, un guasto dell’auto e un successivo imbottigliamento in autostrada. Il rovesciamento di un Tir, esagero. La responsabile di sala non capisce né potrebbe. Però mi dà ascolto. Comunico che gli orsacchiotti sono i prototipi di una nuova campagna. Dico di cominciare a esporli in sala: domani arriverà il resto del materiale promozionale. Lei pare incantata, guarda gli orsacchiotti con attenzione rapita: non la meriterebbero, se non fossero gonfi di esplosivo. Li trova carini, Dio solo sa come. L’importante è che faccia quello che le ho chiesto. Lo fa senza esitazione, comincia da subito, cerca persino l’approvazione del mio sguardo. Gliela concedo con un entusiasmo che sembra autentico.

L’esplosione l’ho programmata per le quattro del mattino, l’ora in cui dormono tutti. Una volta tanto, non voglio uccidere nessuno. Voglio soltanto distruggere il locale, il suo veleno prima ancora del suo simbolo. Mi apposto a distanza di sicurezza. Dall’auto riesco a vedere lo spicchio di edificio che ospita il ristorante. Controllo l’orologio, scandisco il conto alla rovescia. L’esplosione è contenuta, si limita a mandare in frantumi la vetrata: nessun danno alle strutture portanti. Le fiamme invece sono spettacolari, fameliche.

Ancora una volta sono stato perfetto. I notiziari successivi me lo confermano. Il ristorante è andato completamente distrutto, i danni considerevoli. Nella lagna delle condanne per quello che viene definito un attentato di matrice terroristica, un paio di intellettuali lancia l’idea che quel locale non sia più adibito a scopi commerciali, ma diventi una specie di altare della memoria. Facciano quello che vogliono: non sono a caccia di meriti, il mio compito è esaurito.

Solo una cosa non è andata per il verso giusto, un dettaglio sul quale si scatena la canea dei giornali e delle televisioni. Come potevo sapere che la responsabile di sala si sarebbe così infatuata degli orsacchiotti da rubarne uno, portarselo a casa e addormentarsi stringendolo fra le braccia?

LUIGI BERNARDI



GANGLAND BLUES DI STEFANO DI MARINO

Fra pchi giorni sarà in edicola - per SEGRETISSIMO MONDADORI - la nuova avventura di Chance Renard, protagonista della serie IL PROFESSIONISTA di Stephen Gunn.

 Dalla quarta di copertina:
"Chi sono i veri padroni di Gangland, capitale del crimine? Quasi per caso il Professionista e la sua squadra si trovano al centro di una guerra che parte da molto lontano. “Per caso”? Troppe coincidenze strane, troppi morti ammazzati, troppi enigmi senza soluzione. Chi manovra la vecchia mala contro una nuova, letale organizzazione che ha radici in Romania? Cosa c’entra una squadra speciale dei Servizi che prima spara e poi fa le domande? Come sempre, Chance sarà costretto a chiedersi di chi fidarsi. Un passo falso e sarà la fine, non solo per i suoi più fidati compagni ma addirittura per lui. Un temerario romanzo a incastro, una radiografia impietosa di un mondo all’ultimo stadio della corruzione. Il mondo che riempie la cronaca dei nostri giorni."

L'autore ha inoltre composto una compilAtion musicale che accompagna il romanzo:
Eurocrime, Marelotta Calibro 35; Milano odia: la Polizia non può sparare, Morricone; Mood indigo, Nina Simone; So gangsta, Snoop Dog; Guns for Hire, ACDC; In the air tonite, Nopoint; Maruska, Balkanbeats; Ceu da Mouraria, Madredeus; Bruka, Ceca; Che bello ridere, Alberto Azarya, il maestro Zac; Never let me go, Akiko Grace
Buona lettura a tutti,
Daniele Rubatti

IL DISCO DI NEWTON 1: DI CHE COLORE E' IL GIALLO?

Il 30 settembre 2010, mi trovavo all’inaugurazione della quarta edizione di GialloLatino (www.giallolatino.it), piacevolissimo festival abbinato all’omonimo premio letterario annuale. Una delle prime domande sorte nella sala che ci ospitava al Museo Cambellotti di Latina è stata – indovinate un po’ – quale sia la differenza tra giallo e noir. Sono arrivate le consuete definizioni: il giallo è quello in cui alla fine si ricompone la situazione di crisi provocata dal delitto, mentre il noir è quello in cui alla fine le cose rimangono drammaticamente fuori posto.
Verissimo, in base all’uso che si fa comunemente dell’una o dell’altra parola, ma etimologicamente inesatto. La mia risposta è stata che il giallo si definisce “giallo” perché la prima collana che in Italia pubblicò storie di crimini e indagini aveva le copertine gialle e si chiamava “I libri gialli” (collana diretta dal 1929 da Alberto Tedeschi e rifondata da lui medesimo come “Il Giallo Mondadori” nel dopoguerra). Il noir invece si chiama noir perché in Francia la collana che importò le firme più importanti del poliziesco inglese e americano – molte delle quali uscivano in Italia su “Il Giallo Mondadori” – era la “Série Noire” dell’editore Gallimard (fondata nel 1945 da Marcel Duhamel). Tutto qui.
La mia risposta può sembrare provocatoria per alcuni e banale per altri, ma non lo è affatto. È una constatazione che per noi appassionati è naturale, anche se in effetti chi non sia stato da sempre un consumatore di questo tipo di letteratura necessita di qualche spiegazione.
Quando Arnoldo Mondadori Editore si apprestava a inaugurare la prima collezione di romanzi a sfondo delittuoso pubblicata in Italia, alla fine degli anni Venti del XX secolo, commissionò le copertine a un pittore inglese di nome Abbey. Questi, o per scelta personale o per ordine della redazione, dipinse le sue tavole su un fondale giallo, al centro del quale l’immagine era inquadrata in una cornice esagonale rossa... che di lì a poco sarebbe stata perfezionata, diventando il cerchio rosso che ancora oggi contraddistingue la collana. La Mondadori all’epoca aveva già alcune collane denominate secondo i colori: c’erano già “I libri azzurri” e “I libri verdi”, per cui questi divennero, inevitabilmente, “I libri gialli”. Da quel momento il giallo è diventato, in Italia, il colore del delitto e del mistero.
I libri gialli” erano rilegati con sovraccoperta e oggi non è facile trovarli integri: le sovraccoperte, come sarebbe avvenuto negli anni Cinquanta con la collana dei “Gialli Garzanti” detta anche “Le scimmiette”, avevano la pessima abitudine di lacerarsi e sbriciolarsi, sicché molte di quelle copertine ormai sono purtroppo dimenticate o perdute. Ben presto Mondadori lanciò una collana per le edicola, in formato rivista, chiamata “I Gialli Economici”. Da questa, dopo un’interruzione imposta dal fascismo e dopo la fine della guerra, sarebbero nati “I Gialli Mondadori”, la cui numerazione prosegue ininterrottamente da allora.
Nel frattempo la parola “noir” varcò l’oceano e andò a definire, anche retroattivamente, la produzione letteraria e cinematografica legata agli autori della generazione di Hammett, di Chandler e delle riviste pulp specializzate in hardboiled (okay, di queste definizioni discutiamo un’altra volta, se siete d’accordo...) attive fin dagli anni Venti. Questi scrittori sarebbero usciti in Francia presso la “Série Noire” insieme a scrittori britannici come Cheyney e Chase, a maestri americani della seconda generazione come Chester Himes, McBain o Westlake alias Stark, e poi naturalmente ad autori francesi come Manchette, Pouy, eccetera. Poiché tutti costoro tendenzialmente ripudiavano i gialli a enigma cari alla tradizione anglosassone e si orientavano su storie di detective privati “di strada”, sbirri e criminali, si tende a chiamare “noir” il poliziesco più duro, pessimista e non consolatorio. Che però in Italia, a rigore, continuava a essere edito come “giallo”, colore che qualcuno, a torto, considera poco qualificante. Insomma, chi scrive gialli sarebbe un morto di fame, chi scrive noir un figo. Be’, che ci volete fare, quando scrivo gialli io scrivo gialli. E ne vado orgoglioso.

©Andrea Carlo cappi, 2010

Andrea Carlo Cappi è reperibile su MySpace e Facebook, a vostro rischio e pericolo. Ha anche un indirizzo e-mail, ma non vi vuole rendere le cose troppo facili.